Sono spine, sono aghi sottili.
Le parole.
Lentamente, feriscono.
Piano, incidono.
Lasciano solchi crudi.
Indelebili.
Parole amare di miele.
Parole senza domani.
Inutili. Come inutili miraggi.
Rabbia e dolore, solo questo rimane di te.
Rancore che brucia come lama di fuoco,
che uccide, dilaniandolo, il cuore.
Vuoti di lacrime i miei occhi.
Vuota di illusioni la mia fede.
Persa. Come si perde un suono
lontano o un sorriso nella notte.
Nella tentazione a unire
i neri ricordi
in una nuova bugiarda fede
vado.
Come calpestassi vetrate di sogni
andate in frantumi.
Come ignorassi ferite scarlatte
di sangue ancora vivo.
Ma fredda,
come foglie gelate nelle pozzanghere,
dalla pioggerella fine,
vince l'ombra della speranza uccisa.
E tutte le parole perdute.
A poco a poco.
Ferma.
Accerchiata da mille e più cristalli
in questo luogo di fragile bellezza...
Non respirare.
Fili d’aria fanno a pezzi le pareti di ghiaccio...
Solo il cuore ad osservare il tempo
quando avevano un senso le mie parole.
Era la stanza dei giochi;
e un passato che dorme tra le pagine lise
di un libro incompleto.
Fuggevole attimo di mille scintille.
Gelo... ghiaccio... Fermati adesso.
Non è rimasto che riposare.
Che sostare in attesa.
Fa freddo... nello spazio argentato.
Tra mille cristalli...
Vorrei sfuggire il tempo.
Ondeggiano visionarie evasioni
tra i miei labirinti tormentati,
mentre traggo nutrimento dalle tenebre di
giorni che non hanno detto, giorni che non hanno fatto.
Come quando senti che vuoi dire,
ma un blocco rigido costringe l'emozione.
Chissà...
Chissà se un giorno avrò pensieri nuovi.
Giorni in cui mancanza sarà solo una parola.
Allora il vuoto si colmerà, e mi donerà occhi diversi.
Vorrei - oh si... vorrei... - che tra noi parlasse il silenzio.
Sei nel colore del mare,
nell'odore di ogni stelo di bergamotto,
in ogni foglia,
nel cadere della pioggia ai miei piedi.
Seppur fu tutto una bugia,
un inchiostro sprecato, parole lanciate con le mani raccolte,
lì posai un piede, un braccio e baciai la terra come fosse mia.
Ma non era la mia terra.
Oggi lacrime già spente prima di nascere.
E non hai bocca nei miei occhi.
E hai miseria.
E briciole umane.
Nella mente ti perdono,
stanca, m'allontano:
lontani fummo pure nelle ombre.
Regalàti, finalmente, ognuno alla propria solitudine.
Dovrei forse avere, dunque, nuove parole?
Nel sorbire di nuovo un pianto,
di nuovo una preghiera,
e sete senza acqua e fame senza fame.
Dove resteremo?
Oggi l'ispirazione ha vie contorte nella mia mente.
E non ci sei.
E s'abbandona ad altre vie,
ad altri giorni dove sezionare il pensiero.
E dove morire. Perché di morte non ce n'è una sola.
Nel tempo, che persiste e scuote,
lentamente, indietreggiamo.
Siamo fragili e stupefatti abbandoni.
Tutto rientra nella logica.
E' la logica a non rientrare in noi.
Parole di sogno e di nebbia:
Non cercare la tua anima altrove, l'hai dimenticata qui.
Tra il chiarore della luna e tanta sottomessa pace.
Demonio degli angeli,
dove mi trascinerai stavolta?
Nella profondità dei più neri abissi starai,
o a vezzeggiarmi tra la leggera inconsistenza delle nuvole...
Non comprendo ancora la tua entità
né l'ampiezza dei tuoi artigli. O dell'ali.
Se, fiera indemoniata che ulula alla luna e mi divora,
mi sbuffi negli occhi il sangue dell'ultimo strappo.
- Mi tagli e ferisci, irridi i miei sogni, frantumi i cristalli più cari -
O quando porgi a me i paradisi perduti
e ogni orizzonte s'apre
e odorano le ginestre,
e volano i gabbiani.
Angelo dei demoni:
sei il nero che resta sulle mani
come quando il fuoco bacia le castagne:
continua l'odore, si gode anche quel nero.
Ma è solo fuliggine sulle dita.
E nel cuore.